13 racconti del mistero sul Natale

Qualche anno fa scrissi una serie di racconti sul Natale.

Statuine del presepe misteriose, case e villaggi che non dovrebbero esistere, fantasmi, spiriti, libri enigmatici, bizzarre coincidenze.

Tredici racconti misteriosi sul Natale.

Alcuni di essi sono tratti da storie vere…

Eccoli


1 – Il viandante

Erano anni che Ludovico non faceva più il presepe. Nella sua famiglia di origine la tradizione voleva che il pomeriggio del giorno dell’Immacolata si preparassero l’ Albero di Natale e il presepe.

A Ludovico, fin da bambino, toccava il compito di allestire il presepe. Scendeva in cantina e da uno scatolone tirava fuori tutto l’occorrente. C’era la cartapesta per creare il terreno e le montagne, i sassi raccolti durante le estati al mare da sistemare come piccole grotte dove posizionare le luci intermittenti, la carta stagnola colorata di blu per simulare il corso di un fiume, alberi e casette in miniatura, un mulino, la capanna e le statuine.

Ludovico era sempre stato affascinato da quelle piccole figure, in particolare da una: un viandante vestito con una tunica blu e rossa, i sandali, un bastone e una lanterna. Quel viandante aveva come l’aria perenne di cercare qualcosa e la sua lanterna sembrava vibrare di luce propria, anche con il buio della notte, anche senza le luci intermittenti.

Fu così che, molti anni dopo, nel giorno dell’Immacolata, Ludovico pensò: “Quest’anno voglio fare il presepe”.

Un sole insolito e fastidioso per dicembre aveva brillato tutto il giorno portando con se il gelo, verso il tramonto una coltre fitta di nebbia avvolse tutto il paesaggio.

Era il momento giusto.

Ludovico scese nella cantina del suo nuovo appartamento, tra i freddi muri in cemento armato, aprì la porta e da uno scaffale in metallo prese lo scatolone che aveva traslocato dalla casa dei genitori e dei nonni. Rientrò nell’appartamento e appoggiò lo scatolone sul pavimento della sala dove aveva già predisposto uno spazio per l’albero e il presepe.

Per un attimo si fermò a contemplare, seduto sul divano, quel contenitore. Poi lo aprì lentamente, con cura.

Riconobbe la capanna, il mulino. Gli sembrò di sfogliare un album fotografico di famiglia.

Prese in mano ogni singola statuina. Ognuna di loro era legata ad un ricordo. La Madonna, San Giuseppe, Gesù Bambino, il bue e l’asinello erano un’eredità del presepe dei nonni; i pastori erano stati acquistati su una bancarella di un mercatino di Natale; il fornaio aveva la pala per infornare il pane rotta dopo essere caduta durante un gioco tra bambini e ai cammelli mancava una gobba e una zampa.

Tutte le statuine erano consumate, sbiadite dal tempo e dall’umido di anni chiusi in cantina. Ad alcune donne che portavano brocche d’acqua mancava il volto, ad altri personaggi, compresi i Re Magi, si staccavano piccoli frammenti di vernice. Tutte quelle statuine erano vecchie e consunte tranne una: il Viandante.

Ludovico prese quella statuina tra le mani e la osservò. Il viandante era intatto in ogni particolare, la vernice lucida, i colori ancora vivi, come se fosse appena uscita dalla fabbrica o dalla bottega di un artigiano. Era sempre stato in quel presepe, assieme alle altre statuine, eppure aveva qualcosa di diverso.

Nessuno della famiglia si ricordava la provenienza del viandante, nemmeno i nonni.

La lanterna era stata colorata in modo che la fiammella che si intravedeva era come vera, come se quel fuoco ardesse realmente. Il bastone era lucido e perfettamente diritto, non aveva nessun graffio, nessuna scalfittura.

Ludovico quella sera fece il presepe con gesti lenti, precisi. Diede una collocazione ad ogni statuina, gli tornarono in mente tanti ricordi di Natali ormai trascorsi. Alla fine sistemò anche il Viandante, in fondo al presepe, rivolto verso la capanna di Gesù Bambino, come se volesse raggiungerla passo dopo passo.

“Certo – pensò la mente razionale di Ludovico – questo viandante devono averlo costruito proprio bene. Sicuramente avranno usato materiali e vernici di qualità. E’ per questo che se la passa così bene”.

Quella notte Ludovico si stese sul divano della sala al buio osservando le luci a intermittenza del presepe. Il Viandante viveva ancora di luce propria, sembrava in continuo movimento con la sua lanterna e il suo lungo bastone.

L’uomo stava per addormentarsi quando improvvisamente fu assalito da un dubbio, un interrogativo. Senza pensarci sgusciò fuori dal plaid che si era messo addosso per stare al caldo, si avvicinò al presepe e prese nuovamente tra le dite il Viandante. Lo capovolse e guardò attentamente sul fondo della statuina. Sotto ad un sandalo notò una minuscola scritta che in tanti anni mai nessuno della famiglia aveva osservato. Accese la luce, corse in studio a prendere la lente di ingrandimento che teneva come soprammobile sulla scrivania e osservò quella scritta da vicino, muovendo la lente per metterla a fuoco.

“Rue Jean Lantier 56, Paris, 1949” c’era scritto.

“Dio mio – pensò Ludovico – questa statuina arriva nientemeno che da Parigi. Ed è stata fatta appena dopo la guerra. Chissà come è arrivata fin da noi”.

Quel Natale tutta la famiglia si riunì a casa di Ludovico la sera della Vigilia. Per quell’anno aveva deciso di organizzare la cena a casa sua e sua madre l’aveva aiutato a preparare tutto. C’era il tavolo sistemato in sala con la tovaglia buona, i bicchieri per l’acqua e i calici per il vino. Aveva comprato il panettone artigianale in una pasticceria della città molto rinomata assieme alla panna fresca e alla crema col mascarpone. Sua sorella sarebbe arrivata da Londra dove viveva e lavorava ormai da anni, in compagnia del figlio, quel pomeriggio stesso. Assieme a mamma e papà ci sarebbe stata anche la nonna. Il nonno se ne era andato cinque anni prima.

Fu una cena della Vigilia allegra e serena in attesa del pranzo di Natale. Fuori, dopo il sole del pomeriggio, aveva iniziato a piovere e anche se non c’era la neve, le luci delle luminarie natalizie, donavano alla città un’atmosfera speciale.

“Adesso che abbiamo finito possiamo aprire i regali?” disse il nipote di Ludovico il quale durante la cena, tra una prelibatezza e l’altra, non riusciva a staccarsi dl suo iPhone con la scusa di mandare gli auguri ai suoi amici londinesi.

“Che ne pensi zio?”

“Penso che sia un’ottima idea, sotto con i regali”.

“Ai miei tempi – intervenne imperterrita la bis nonna – i regali si aprivano solo il mattino di Natale perché i bambini dovevano andare a dormire presto la sera della Vigilia per aspettare Babbo Natale”.

“Nonna, ma io è da un po’ che non credo più a Babbo Natale”

“Invece faresti meglio a crederci”

Tutti scoppiarono a ridere.

Il rumore della carta dei pacchi si diffuse in tutta la sala mentre la famiglia si scambiava i regali.

“Questo è per te” disse Sara, la sorella di Ludovico porgendogli un involucro in carta da pacco ruvida e marrone, confezionato con due spaghi intrecciati tra loro.

“Vediamo cos’è”

Ludovico scartò accuratamente il pacco slegando lentamente i due spaghi.

Dalla carta emerse la copertina di un grande libro dall’aspetto antico con il titolo in francese che recitava “ Tarot de Noel”.

Ludovico ammirò incuriosito la copertina, appoggiò sul tavolo il volume perché viste le sue dimensioni non riusciva a tenerlo tra le mani e iniziò a sfogliarlo con cura aprendo le pagine a caso.

Quel libro era meraviglioso, questa volta sua sorella aveva indovinato il regalo ben conoscendo la sua passione per i libri antichi.

Ogni pagina, che era stata stampata su una carta particolare molto simile alla pergamena, raffigurava una figura degli arcani dei Tarocchi con una didascalia esplicativa scritta con caratteri molto piccoli in francese.

“Grazie sorella – disse Ludovico – è bellissimo, ma dove lo hai scovato, in quale angolo di Londra?”.

“Veramente – rispose Sara – ho trovato questo libro su una bancarella dei libri usati lungo la Senna nei pressi di Notre Dame a Parigi. Abbiamo da subito avuto un feeling particolare, l’ho preso e ho deciso che sarebbe stato il mio regalo di Natale per te”

“Ma cosa ci facevi a Parigi ?”

“Chiedilo a tuo nipote. In questi giorni a Parigi c’è un grande evento dedicato alla tecnologia e ai videogiochi e avevo promesso di portarlo. Così ci siamo fermati due giorni a Parigi”.

Ludovico era attratto da quel libro e in particolare dal suo fondo perchè, sulla posizione della terza di copertina, era stato ricavato un doppio spazio a caselle dove erano adagiate delle intercapedini che contenevano piccole statuine. Ognuna di loro rappresentava una figura dei Tarocchi in miniatura. Erano tutte conservate perfettamente, con le laccature e i colori intatti e ogni piccolo particolare era in ordine. In una casella però mancava un personaggio.

Ludovico ebbe come una folgorazione, corse verso il presepe, prese la statuina del Viandante e provò ad inserirla dentro all’intercapedine vuota: coincideva perfettamente.

“Che mi venga un colpo! – esclamò la bis nonna, che nel frattempo si era appisolata su un divano, alzandosi di colpo e prendendo in mano con fatica quel libro – ma allora a natale i miracoli avvengono davvero!”.

Tutta la famiglia pensò per un attimo che all’anziana donna il colpo potesse venire davvero.

Poi la signora scoppiò a piangere.

“Ma che succede?” chiese la mamma di Ludovico preoccupata.

La bis nonna tenendo in mano quel libro come se fosse il suo tesoro più grande disse:

“Vi devo raccontare una cosa, un episodio che riguarda tutti noi e che ne io ne il vostro povero nonno abbiamo mai raccontato”.

Tutti rimasero in silenzio.

“Io e vostro nonno ci siamo conosciuti qualche anno dopo la Guerra. Dopo pochi mesi eravamo così innamorati che abbiamo deciso di sposarci. Non avevamo un soldo da parte le uniche risorse finanziarie erano quelle che provenivano dal lavoro da usciere di vostro nonno e da qualche spicciolo che mettevo da parte quando facevo lavoretti di sartoria per in vicinato.

Mio marito però voleva a tutti i costi regalarmi il viaggio di nozze. Sapendo che ero sempre stata affascinata da Parigi e contando sul fatto che lui il francese lo conosceva abbastanza perché, vicino alla sua famiglia, abitava un’insegnante di madre lingua che glielo aveva insegnato, decise di indebitarsi per di portarmi per qualche giorno in quella città che entrambe amavamo chiamare la Ville Lumiere. Una settimana dopo il matrimonio , nel 1949, riuscimmo a partire per Parigi in treno. Passammo forse i più bei cinque giorni della nostra vita da sposini a spasso per quella città. Anche se la guerra aveva fatto parecchi danni i parigini erano ottimisti, vivaci, pieni di energia. Pensammo anche di trasferirci lì per sempre”.

La signora si asciugò una lacrima e continuò a raccontare:

“Il terzo giorno eravamo a passeggio in una via chiamata Rue Jean Lantier 56 ,quando abbiamo visto una libreria antiquaria bellissima. La vetrina era incastonata in una cornice in legno lucido e la porta di ingresso era in vetro opaco lavorato con motivi floreali. Io e il mio sposo siamo entrati e il proprietario, molto gentile e appassionato dell’Italia perché aveva studiato a Firenze, ci fece girare tra gli scaffali spiegandoci in un buon italiano tutti i tesori nascosti, il valore, il pregio e il mistero di quei libri dei quali, alcuni, erano vecchi di secoli. La libreria era molto ampia e disposta in tre sale. Le pareti altissime erano tutte arredate con enormi mensole in legno e ognuna di esse aveva una scala che correva su un binario per riuscire a prendere qualsiasi libro. Eravamo affascinati da quell’ambiente.

Poi tra gli scaffali, un po’ in disparte vidi quel libro e me ne innamorai subito. Il proprietario, prendendolo con cura tra le mani, ci spiegò che quel volume conteneva un segreto. Aprì le ultime pagine e ci fece vedere tutte quelle piccole statuine che raffiguravano i personaggi dei Tarocchi. Erano state realizzate da un artigiano della ceramica di Lione e dipinte da un pittore. Mio marito, leggendo l’entusiasmo nei miei occhi chiese il prezzo. Era un’edizione molto antica, stampata in poche copie, arricchita da quel segreto che rappresentava un vero e proprio tesoro. Costava una fortuna. Non potevamo permettercelo. Il librario vedendo la delusione e lo sconforto negli occhi di vostro nonno che quasi piangeva perché non poteva regalarmi il libro fece un gesto che non scorderò mai”.

Il nipote di Ludovico si staccò dal suo iPhone e continuò ad ascoltare il racconto della bis nonna con un’insolita attenzione.

“Quel signore ci fece accomodare sul retro della libreria dove aveva un tavolino con tre sedie e ci offrì un bicchiere di Borgogna. Poi accendendosi una sigaretta senza filtro ci guardò negli occhi e disse – Non posso regalarvi questo libro anche se ci tenete tanto. Ho da poco perso mia moglie, non ho figli e questa libreria è tutta la mia vita. Voi siete giovani, appena sposati e innamorati. Una statuina contenuta in questo libro in qualche modo vi appartiene: quella del Viandante. Questa figura rappresenta un archetipo della trasformazione. Quella lanterna, accesa, che il Viandante tiene in mano riprende l’immagine del buio e fa ricollegare l’eremita all’errante. Nel buio di una vita dolorosa, l’eremita ha trovato una lanterna e un bastone, simboli di una presa di coscienza ed ha intrapreso il suo viaggio. Voi avete appena intrapreso il vostro lungo cammino e il vostro buio è, per ora, la vostra precaria condizione economica e tutte le difficoltà che nella vita dovrete affrontare come marito e moglie. Io vi assicuro, ne so qualcosa. Quindi vi voglio regalare la statuina del Viandante e sono sicuro che se avete intrapreso il cammino giusto, un giorno, non so quando, il Viandante vi porterà, a entrambe o a uno di voi, il libro che oggi avete così tanto desiderato – Detto questo il librario tolse il Viandante dal suo posto nel libro, lo capovolse e alla base scrisse Rue Jean Lantier 56, Paris, 1949.

Da quel giorno io e mio marito, vostro padre, vostro nonno e tuo bisnonno decidemmo che per ogni Natale il Viandante avrebbe fatto parte del presepe della nostra famiglia.

Oggi il libraio e il Viandante hanno mantenuto la loro promessa e quel libro è arrivato per vie misteriose fino a noi”.

In quell’istante l’orologio a pendolo suonò la mezzanotte: era Natale.


2 – La casa degli orologi

La sera della Vigilia di Natale l’autostrada verso la montagna sembrava impazzita per il traffico. Michele era partito nel tardo pomeriggio da Milano per raggiungere la famiglia nel paese di montagna dove trascorrevano tutti gli anni il Natale. Il navigatore del suo Suv era stato impietoso: calcolando il traffico il tempo di percorrenza era di quasi tre ore. Erano già le cinque del pomeriggio, Michele aveva chiuso lo studio da poco ed era già in perfetto ritardo sulla tabella di marcia. In più aveva promesso ai suoi figli che per la cena della Vigilia avrebbe comprato la torta di mele alla cannella nella pasticceria del paese famosa per la qualità dei suoi dolci.

Quella torta negli anni era diventata una tradizione e la consuetudine voleva che fosse proprio Michele a comprarla per portarla a tavola.

Mentre guidava in autostrada, pigiando sull’acceleratore per guadagnare tempo tra un rallentamento e un altro, l’uomo pensava che ormai la sua vita era diventata una corsa contro il tempo: il lavoro, la famiglia, i bambini, le pubbliche relazioni con persone che normalmente non avrebbe mai frequentato. Si sentiva una automa alla stregua di quel navigatore che gli indicava strada, velocità e tempo.

Il cellulare squillò e automaticamente si attivò il viva voce. Era sua moglie.

“Stai arrivando?”

“C’è molto traffico e sarò lì per l’ora di cena, verso le otto e trenta, credo”

“Così tardi? ma non potevi uscire dallo studio prima?”.

“No, non potevo. Avevo un cliente importante con una scadenza a giorni e se non lo avessi ricevuto avrei perso un sacco di soldi. Per gli affari il Natale non esiste”.

“I bambini ti stanno aspettando e mi hanno detto di dirti di non dimenticarti della torta di mele”.

Alle 19:45 Michele uscì dall’autostrada, ormai era a pochi chilometri dalla sua casa in montagna. Si diresse verso la rotonda che immetteva verso il centro del paese per andare in pasticceria a comprare la torta di mele. Per fortuna aveva chiamato il giorno prima per farsene tenere da parte una. Avrebbe parcheggiato alla meno peggio la macchina davanti alla pasticceria con le quattro frecce e, una volta preso il dolce, per le 20:30 al massimo sarebbe stato a casa pronto per farsi una doccia, cambiarsi e sedersi a tavola con la famiglia e alcuni amici per la cena della Vigilia. Niente male come programma.

Il suo lavoro era stressante, faticoso, ma gli permetteva di concedersi qualche lusso compresa quella casa in montagna che gli era costata una fortuna. Aveva una bella famiglia, due bambini che adorava, ma gli mancava il tempo per goderseli. Però quella sera avrebbe potuto.

Alla rotonda del paesino in montagna tutto il traffico era bloccato. Gli automobilisti impazziti suonavano il clacson e imprecavano contro una sfilata di Babbi Natale che occupava tutta la strada.

“Maledizione – pensò Michele – questo mi manda all’aria tutti i piani e arriverò sicuramente in ritardo. Tra poco la pasticceria chiude e come mi presento a casa? In ritardo e senza torta?”.

Poi si ricordò che alla pasticceria si poteva arrivare anche prendendo una stradina secondaria sterrata che, anche se era ripida e insidiosa per la neve scesa in quei giorni, gli avrebbe permesso di risparmiare parecchi minuti preziosi.

Anche questa volta era tutta questione di tempo.

“Per Natale vorrei che mi regalassero un orologio per fermare il tempo” pensò l’uomo.

Appena riuscì a districarsi dalle insidie della rotonda, mentre il traffico era ancora congestionato, si diresse verso quella stradina secondaria che aveva scoperto l’anno prima, il giorno di Natale, durante una passeggiata per smaltire le calorie del pranzo.

La neve era tanta ma se voleva rispettare i suoi piani Michele non aveva altra scelta che percorrerla. Inserì le quattro ruote motrici nel cambio automatico del Suv e iniziò a percorrere lentamente il sentiero. Con l’aiuto della trazione integrale l’uomo si sentiva sicuro, si stava quasi divertendo a guidare tra la neve e a un certo punto, colto da una strana eccitazione per quella piccola avventura, accelerò bruscamente.

Perse all’istante il controllo del mezzo che uscì di strada andando a finire in un fossato. Si ritrovò bloccato in mezzo alla neve e agli alberi.

Michele dopo lo spavento imprecò ad alta voce. Si sentiva perso, tutto era saltato.

Prese il cellulare ma in quel punto non c’era campo e non poteva avvisare nessuno. Non funzionava nemmeno il numero di emergenza.

L’uomo scese dalla macchina in preda al panico.

Nel suo studio da architetto a Milano si sentiva il padrone del mondo, sempre pronto, organizzato, efficiente, razionale, aveva sempre tutto sotto controllo.

In quel sentiero di montagna, con la macchina bloccata, in mezzo agli alberi, tra la neve, senza la possibilità di poter contattare nessuno e con il pensiero che la sua famiglia lo stava aspettando ignara di dove lui si trovava, fu colto prima dal panico e poi dallo sconforto. Si sentiva perso, svuotato. Le sue certezze stavano crollando.

Poi si riprese. Decise di percorrere la stradina a piedi fino ad arrivare alle prime case del paese. Lì il cellulare sicuramente avrebbe avuto campo. Con un po’ di fortuna avrebbe trovato anche prima una zona con il segnale. Tutto dipendeva dalle sue gambe e dal suo smartphone.

Si tirò su il bavero del cappotto per ripararsi dal freddo ma si accorse che i mocassini che calzava, comprati e pagati cari in un negozio nel centro di Milano, si impregnavano di neve che gli ghiacciava i piedi. Aveva ricominciato a nevicare e si stava alzando un vento che non presagiva niente di buono, soprattutto in montagna con quella temperatura.

Dopo aver fatto poche decine di metri che gli sembrarono chilometri, l’uomo decise di estrarre il cellulare dalla tasca del cappotto per controllare se c’era segnale. Le sue mani erano intorpidite dal freddo, gli sfuggì la presa dallo smartphone che andò a finire dritto in mezzo alla neve spegnendosi. Michele cercò disperatamente di riattivarlo ma nulla, stava pigiando il pulsante di accensione a vuoto. Adesso era veramente nei guai.

L’uomo si incamminò sempre più infreddolito e demoralizzato lungo il sentiero. Aveva quasi perso l’orientamento perché in quel punto gli alberi erano fitti e un velo bianco di neve ovattava tutto il paesaggio.

Improvvisamente tra gli alberi Michele intravide una luce. Si avvicinò verso quella direzione e vide altre luci. Rincuorato riuscì a mettere a fuoco quei bagliori accorgendosi che si trattava di una casa. Gli tornarono le forze e anche se non sentiva più i piedi per il freddo pungente corse verso l’abitazione. Faticò molto, affondava tra la neve, ma trovò un piccolo sentiero verso quella casa. Si fermò fuori, a ridosso della facciata: era una grande abitazione contornata da uno steccato illuminato con alcune fiaccole che rimanevano accese nonostante nevicasse. Dalle finestre disposte su due piani filtrava una calda luce arancione, sulla porta d’ingresso in legno era disposta un’enorme ghirlanda natalizia. Non c’erano campanelli o citofoni.

Michele bussò con tutte le sue forze alla porta. Dall’interno proveniva musica e dalle ombre, che a tratti interrompevano il bagliore delle finestre, Michele intuì che dovevano esserci parecchie persone all’interno dell’abitazione, probabilmente riunite per celebrare la Vigilia di Natale.

La porta si aprì ed uscì un signore molto alto e robusto di corporatura. Aveva i capelli bianchi, corti e una barba folta ma ben curata. Era vestito con un pesante maglione di lana, pantaloni spessi di velluto e scarponcini da montagna.

“Scusi se disturbo – disse Michele – ma ho avuto un incidente per strada, sono scivolato e il mio cellulare è caduto nella neve e non si accende più. La mia famiglia sarà preoccupata. Le chiedo solo di poter fare una telefonata per avvisarli, prima che chiamino la Polizia non vedendomi arrivare”.

“Lei è tutto bagnato e infreddolito, entri dentro, si accomodi” rispose quel signore.

Michele lasciò da parte la formalità ed entrò. La casa era arredata con mobili di legno laccati di bianco. C’era una grande sala con un enorme albero di Natale con gli addobbi rossi, in un grande camino in pietra stava ardendo il fuoco alimentato dalla legna. In quella stanza erano disposti divani e poltrone. Alle pareti erano appesi decine di orologi delle più svariate dimensioni che segnavano orari diversi. Verso una grande finestra che dava sul cortile esterno, era disposto un tavolo imbandito con pane, salumi, formaggi, miele, marmellata e frutta.

Michele si senti subito meglio avvolto da quel tepore. Sopra di lui correva una balconata attorno alla sala principale con alcune porte dietro alle quali si sentiva il vociare di persone e di bambini.

Tutte le luci interne non erano elettriche ma una miriade di lanterne grandi e piccole, disposte ovunque, illuminavano l’ambiente con la loro fiamma.

“Si sieda su quella poltrona vicino al camino – disse l’uomo a Michele – Lei è bagnato, infreddolito e deve scaldarsi al più presto. Le porto dei vestiti asciutti e qualcosa di caldo da bere e mangiare”.

“Ma io non vorrei disturbare – rispose Michele – starete per iniziare la cena e ho solo bisogno di telefonare alla mia famiglia. E’ tardi ormai, dovevo essere a casa già da tempo e i miei famigliari saranno in pensiero”.

“Non si preoccupi, il tempo in questa casa non è un problema”.

Sarà stato il freddo intenso, la fatica, la preoccupazione e lo spavento per quell’incidente, fatto sta che Michele, seduto vicino al fuoco su quella poltrona, ristorato da un the caldo e da un panino al lardo e miele, si rilassò sentendosi intorpidito dal quel benessere improvviso. Quell’uomo gli aveva anche portato calze spesse in lana, pantaloni pesanti, un maglione di lana e scarponcini da montagna.

Dalle stanze sopra alla sala si sentivano sempre le voci delle persone e musica, anche se nessuno era mai comparso per accomodarsi alla tavola imbandita. Erano voci confuse, impalpabili, indefinite. Michele ascoltava quel vociare ma non riusciva a capire il senso di tutte quelle parole ovattate. Una cosa era certa: erano tutti molto allegri.

“Lei è stato gentilissimo – esclamò Michele rivolto al suo ospite che nel frattempo si era accomodato su una poltrona vicino a lui – ma adesso devo proprio telefonare a casa”.

“Mi dispiace ma qui nessuno ha un telefono a disposizione, se vuole la posso accompagnare io fino alla fine del sentiero che porta in paese. Dopo Natale potrà venire a riprendere la macchina. Dubito che tra stasera e domani in paese ci sia qualcuno con un trattore o un carro attrezzi a disposizione”.

Michele si sentì gelare il sangue.

“Allora, la prego, mi accompagni subito perché a quest’ora sarei dovuto essere seduto a tavola con i miei famigliari e chissà come sono in pensiero”.

“Non è così tardi come lei pensa, le ripeto, in questa casa il tempo è un concetto relativo”.

“Non mi sembra, con tutti gli orologi che avete appesi alle pareti”

Il padrone di casa sorrise.

“Vede signor Michele, lei è troppo ossessionato dal concetto di tempo. Sembra schiavo di esso e non si accorge che il tempo le sta portando via la vita. Immagini un mondo dove non esiste il tempo che poi è un’invenzione dell’uomo. Senza tempo noi saremmo tutti degli dei perché loro sono immortali cioè non dipendono dalle lancette dell’orologio”.

“Ma allora perché lei ha in casa tutti questi orologi appesi alle pareti?”

Il signore sorrise, si grattò la barba e disse:

“E’ Natale, scelga l’orologio che vuole e lo tenga come dono”.

Michele si sentì in imbarazzo. Quella persona sconosciuta aveva fatto già fatto così tanto per lui e adesso gli stava anche facendo un regalo.

“Non saprei come sdebitarmi, anzi, lei questa sera mi ha salvato e io le sono riconoscente. Io sono un architetto, lavoro a Milano e per qualsiasi cosa in cui io la posso aiutare non esiti a chiedere. Sarò lieto e onorato di mettermi al suo servizio”.

“Immagino che abbia molti ospiti questa sera per cena a giudicare dalle voci che sento provenire dalle stanze. Se mi fa la cortesia di accompagnarmi a casa, indicandomi la strada, tolgo subito il disturbo”.

Il signore accompagnò Michele fino in fondo al sentiero da dove trovò facilmente la via per tornare a casa.

Quando le prime luci delle case del paese si videro distintamente tra la neve, Michele riprese in mano il cellulare e lo riprovò ad accenderlo. Funzionava.

Guardò l’ora sul display.

Per l’ennesima volta in quella sera della Vigilia gli si gelò il sangue nelle vene. Erano solo le otto di sera e lui era perfettamente in orario.

Si girò per chiedere spiegazioni all’uomo che lo aveva ospitato in quella casa ma questi si era già incamminato per il sentiero e, tra la neve, non si vedeva quasi più.

Michele pensò che il display dell’orologio dello smartphone si fosse fermato all’ora dell’incidente ma, appena giunse nella pasticceria per comprare la torta di mele, si accorse che anche l’orologio del negozio segnava le otto di sera appena passate.

Comprò il dolce. “Appena in tempo signore. Stavamo per chiudere”.

Tornò nella casa di montagna dalla sua famiglia dove fu accolto con abbracci e sorrisi.

“Ma come ti sei vestito?” gli chiesero moglie e figli.

Decise di raccontare dell’incidente in macchina ma di non dire niente della casa in cui era stato accolto infreddolito e disperato.

Giustificò il suo abbigliamento spiegando di essersi cambiato prima di partire.

Trascorse una serena cena della Vigilia tra cibi, buon vino e alla fine tutti gustarono la prelibatezza di quella torta di mele aspettando la mezzanotte per brindare al Natale.

Prima di andare a dormire, frugando tra le tasche del cappotto, trovò un piccolo orologio da parete in legno. Decise che lo avrebbe messo nel suo studio a Milano.

Due giorni dopo Natale, trovò un meccanico in paese che, dietro a un congruo compenso, lo accompagnò a recuperare la macchina. Era stato fortunato perché, se nello sbandare avesse fatto anche solo qualche metro in più, sarebbe finito in uno strapiombo con tragiche conseguenze.

Mentre il meccanico legava l’auto per recuperarla, Michele gli chiese di quella casa dove era stato accolto.

“Quella casa sono ormai decenni che è disabitata. Il proprietario, in paese lo chiamavano tutti il signor Jean, è morto negli anni Settanta. In paese circolano strane voci su quella casa ma tutti dicono che lì dentro è sempre Natale perché il tempo si è fermato”.


3 – Il panettone che non arriva

Quando quel panettone veniva consegnato a casa di Bruno era sempre una festa perché significava che il Natale era alle porte.

Da quando era andato in pensione, tutti gli anni, l’azienda dove l’uomo aveva lavorato per una vita, gli recapitava a casa una confezione con un panettone artigianale che arrivava direttamente da Milano.

Bruno ritirava felice il pacco e lo metteva in dispensa aspettando il Natale.

La sera della Vigilia, a casa di Bruno e di sua moglie, arrivava la figlia con il marito e il nipote. Appena entravano Bruno andava in dispensa, tirava fuori il panettone e lo metteva a scaldare sul termosifone.

Quando la cena della Vigilia terminava, l’uomo chiamava il nipotino e assieme aprivano la confezione del panettone.

Il calore del termosifone esaltava il profumo di lievito, burro e canditi del dolce natalizio che risultava tiepido, soffice, pronto da gustare accompagnato dalla panna fresca, che la nonna montava con un frullino a mano.

Quell’ anno però la consegna del panettone era stranamente in ritardo.

Il nipotino di Bruno, che nel frattempo era cresciuto e aveva diciassette anni, vedendo che si avvicinava sempre di pili Natale e che il nonno era triste perché il panettone non veniva consegnato, decise di chiamare l’azienda.

Fu facile reperire il numero, un po’ meno farsi passare un impiegato in grado di rispondere alla sua domanda.

Finalmente qualcuno rispose.

“Sì pronto sono il nipote del signor Bruno Clementi un vostro ex dipendente, vorrei chiedere un’informazione”.

“Sì chiedi pure” disse una voce perplessa ma gentile, quasi divertita, dall’altro capo del telefono.

“Senta mio nonno tutti gli anni riceve il vostro panettone ma quest’anno non è ancora arrivato niente. Come mai?”.

Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, di esitazione.

“Mi dispiace tanto ma quest’anno la nostra azienda ha cambiato amministratore delegato e questo bravo signore ha deciso di sospendere l’invio dei panettoni natalizi agli ex dipendenti per risparmiare”.

“Ah, capisco” disse il ragazzino deluso.

Poi chiese:

“Sa dove posso trovare quel panettone che mandavate per Natale?”.

“Facciamo così, richiamami domani a quest’ora e ti saprò dire qualcosa”.

L’indomani il ragazzino fece visita al nonno.

“Nonno, ma il panettone è arrivato?”

“Ehm…No…Ma vedrai che arriverà, loro non si dimenticano mai di me. Ci sarà solo qualche ritardo”.

Il ragazzino sorrise ma dentro di se era molto deluso perché aveva avuto la conferma che il nonno quel panettone lo aspettava. Ormai era diventata una loro personale tradizione di Natale.

All’ora stabilita il ragazzo richiamò l’azienda chiedendo di parlare con l’impiegato del giorno precedente il quale lo informò:

“Come ti avevo promesso ho fatto qualche ricerca e ho l’indirizzo della pasticceria dove tutti gli anni ci rifornivamo per il panettone artigianale da regalare agli ex dipendenti. Se hai carta e penna ti comunico l’indirizzo”.

“Grazie mille, lei è stato gentilissimo e di parola”.

Il giovane appuntò il nome della pasticceria e l’indirizzo.

“Non posso lasciare il nonno senza quel panettone”.

Quella pasticceria si trovava a Milano non troppo distante dalla stazione centrale.

Il ragazzo decise che sarebbe andato una settimana prima di Natale a prendere il panettone.

Da solo, un sabato pomeriggio, dopo aver inventato una scusa alla famiglia, prese il treno per Milano e appena sceso si diresse verso la pasticceria.

Non aveva mai visto una bottega di dolci così. Gli sembrava di essere tornato indietro nel tempo. Dalla strada una vetrina illuminata, incastonata in una cornice di legno abbellita da tendine fatte ad uncinetto, presentava una piramide di panettoni artigianali accompagnati da vasi di vetro finemente lavorati con all’interno canditi e gelatine di frutta. Quando entrò un aroma di agrumi, lievito, vaniglia e burro lo avvolse facendogli venire l’acquolina in bocca. All’interno della pasticceria l’arredamento ricordava una bottega francese con gli arredi in legno laccato, porta torta in cristallo, merletti sui ripiani e vetrine in vetro smerigliato decorato.

Anche se la pasticceria aveva appena aperto c’erano già molti clienti che aspettavano il loro turno.

Il ragazzo si mise diligentemente in fila dietro al bancone tra quella moltitudine di persone che erano lì per comprare i dolci natalizi.

Arrivò il suo turno.

“Prego, desidera?” si rivolse a lui una commessa in camice azzurro che gli stava dando del Lei nonostante la giovane età.

“Vorrei un vostro panettone”

“Mi dispiace per oggi li abbiamo finiti”.

Il ragazzo rimase esterrefatto.

“Ma come, avete appena aperto”

“Tutti i panettoni che abbiamo in negozio sono già stati prenotati ma se passa domani o la prossima settimana gliene possiamo tenere uno o quanti ne vuole da parte”.

“E quelli in vetrina?”

“Tutti prenotati e pagati”

“Io vengo da fuori Milano e mi sono fatto un viaggio in treno per venire fino a qui. Non so se riuscirò ancora a passare. Fate spedizioni?”

“Facciamo spedizioni ma per quantitativi superiori ai dieci panettoni”.

“Ma per caso non ne avete qualcuno in più che vi avanza oggi?”

“Un attimo, provo a chiedere alla mia collega”.

La commessa si avvicinò alla sua collega la quale, appena finì di servire un cliente, entrò in una porta dietro al bancone. Uscì subito e disse qualcosa nell’orecchio alla donna che le aveva fatto la domanda.

“Mi dispiace – disse in modo gentile ma perentorio la commessa al ragazzo – ma l’ultimo panettone disponibile l’ha preso quel signore che stava servendo la mia collega e che è uscito poco fa. Per oggi non la posso proprio aiutare. Ora se non le dispiace avrei molte altre persone da servire”.

Il ragazzino era sconsolato e profondamente deluso. Non sapeva se sarebbe potuto ancora tornare in quella pasticceria di Milano e questo significava che il nonno, per Natale, sarebbe rimasto senza panettone.

Poi ebbe un’idea.

“Se riesco a rintracciare quel signore che è uscito adesso – pensò – posso proporgli di vendermi il suo panettone. Tanto lui sarà di Milano e gli spiegherò la mia situazione”.

Uscì per strada, si girò a destra ma non vide nessuno. Si voltò a sinistra ed eccolo: un uomo con in mano il panettone confezionato con la carta della pasticceria da dove era da poco uscito.

Andò a passo deciso verso di lui. Più si avvicinava e più quella persona aveva qualcosa di famigliare.

“Signore mi scusi!

La persona con il panettone in mano si voltò e tutti e due rimasero sconcertati.

“Ma tu che ci fai qui?”

“Ma che ci fai tu qui nonno?”.

Nonno e nipote avevano avuto la stessa idea e avevano deciso di realizzarla lo stesso giorno e la stessa ora. Il nipote di nascosto dai genitori, il nonno di nascosto dalla nonna. Il nonno era stato più fortunato perché aveva preso il treno prima.

Fecero il viaggio di ritorno assieme con il loro panettone tenendolo tra le braccia a turno come se fosse una reliquia.

Il nipote spiegò al nonno della telefonata e poi chiese:

“Nonno, ma tu lo sapevi?”.

“Bhè sono vecchio ma non rimbambito. Qualcosa non mi tornava e quindi ho telefonato anche io facendo finta di niente. Maledetti spilorci. Comunque io a Natale senza panettone non vi avrei mai lasciato”.


4 – Gli spiriti della Novena di Natale

La neve iniziava a scendere sui tetti di Torino mentre le persone si preparavano a celebrare il Natale.

Nessuno sperava più che arrivasse la neve, figuriamoci la Vigilia di Natale. Poi, verso la notte del 20 dicembre, una perturbazione dalla Francia, aveva portato i primi fiocchi che avevano subito attecchito sulle strade secche e gelate.

In un appartamento tra via Cappel Verde e via XX settembre, una donna stava armeggiando con una nuova macchina fotografica digitale, mentre i suoi famigliari sistemavano gli ultimi addobbi per prepararsi ad accogliere gli ospiti per il pranzo di Natale.

Era sera, sul tavolo c’era ancora fette di pandoro e panettone che la famiglia aveva consumato a fine cena. La donna, che per quei giorni di festa aveva abbandonato la dieta perenne che l’accompagnava durante tutto l’anno, spiluccava ancora qualche fetta di panettone, immergendola nella squisita crema allo zabaione che sua madre aveva preparato.

Quella reflex digitale era stato un regalo di Natale fatto in anticipo dal padre. Maria Cristina, così si chiamava la ragazza, era felicissima di quel dono inaspettato anche perché stava ultimando gli studi universitari in Scienze della Comunicazione e la sua tesi di laurea sarebbe stata la produzione di un video documentario sui cambiamenti metropolitani di Torino. Quella reflex faceva proprio al caso suo.

In casa c’era anche la nonna che se ne stava silenziosa a pensare chissà a cosa, seduta su una calda poltrona dall’aspetto vintage, vicino al termosifone.

La nonna ormai ottantenne, aveva mandato avanti per una vita un negozio di alimentari in via XX settembre. Ormai da anni aveva smesso quell’attività, ma non perdeva occasione per raccontare qualche curioso aneddoto riguardo ai personaggi clienti del suo negozio, compresi i preti e le suore che percorrevano quella via per andare in Duomo.

Maria Cristina, finito il suo spuntino a base di panettone e crema, si appoggiò al tavolo per montare l’obiettivo della reflex continuando a studiare i pulsanti e le impostazioni della fotocamera. In particolare gli interessava la modalità video.

Mentre inseriva la memory card nella reflex, alzò lo sguardo verso la finestra e si accorse che fuori stava nevicando.

Dall’appartamento, posto all’ultimo piano, si godeva una vista magnifica sui tetti di Torino.

La ragazza corse verso la finestra, seguita dallo sguardo curioso della nonna, aprì i vetri e si trovò davanti a uno spettacolo meraviglioso: i fiocchi di neve stavano imbiancando tutta la città immersa nel buio della notte, mentre le luci natalizie regalavano un caleidoscopio di colori e riflessi dalle tinte calde e vivaci.

Quale migliore occasione per provare la nuova reflex? Maria Cristina lasciando la finestra aperta, mentre la nonna borbottava perché entrava troppo freddo, inserì nella fotocamera la batteria, impostò la modalità video e tornò di fronte a quello spettacolo.

Puntò l’obiettivo sui tetti di Torino, cercò un punto di riferimento per la messa a fuoco e quando, attraverso il display orientabile della fotocamera, la città fu a fuoco, pigiò il pulsante Rec.

Dopo un breve segnale acustico la reflex iniziò la registrazione. La giovane era emozionata, stava girando un gran bel video. In assenza del cavalletto appoggiò la reflex sul davanzale per ottimizzare la ripresa.

Poi tenne saldamente tra le mani la macchina fotografica e puntò l’obiettivo sulla strada dove alcuni passanti con l’ombrello aperto tenevano il naso all’insù per godersi la neve che scendeva.

Mentre riprendeva Maria Cristina si accorse che sul display erano comparse per pochi secondi alcune ombre. Probabilmente qualche fiocco di neve si era depositato sulla lente dell’obiettivo per poi sciogliersi.

La ragazza terminò il video e con impazienza si avvicinò al suo MacBook per scaricare e rivedere le riprese.

Si accorse che c’era qualcosa di strano verso il terzo minuto. In quel punto il video faceva vedere una decina di figure incappucciate in un lungo mantello scuro che, senza toccare terra, si dirigevano da via XX Settembre in direzione del Duomo.

Erano personaggi eterei, sembravano figure nebulose che svanivano dall’inquadratura dopo solo due secondi.

Maria Cristina era incuriosita ma anche spaventata. Chi erano? Perché gli altri passanti presenti nell’inquadratura non sembravano minimamente accorgersi di loro?

Stava per chiamare suo padre quando sentì una voce dietro le spalle:

“Sono gli spiriti dei monaci che vanno alla novena di Natale”, disse la nonna.

“Cosa significa nonna?”

L’anziana signora aveva capito che qualcosa non andava e di nascosto si era messa dietro alle spalle della nipote per curiosare sul monitor.

“Significa che a differenza di voi giovani che non credete più in queste cose, loro, gli spiriti, da secoli percorrono ancora quella strada per andare in Duomo a sentire la Novena. Sai quante volte, quando avevo il negozio di alimentari, li ho visti passare verso sera quei monaci incappucciati?”.

La Novena di Natale nacque a Torino. La prima si tenne in Duomo nel 1621 accanto all’attuale cappella della Sindone.

A celebrarla fu un padre teatino, Dionisio Dentice di Napoli, alla presenza della corte reale.

L’idea della Novena in Duomo si ebbe perché, negli anni precedenti c’era già stata una celebrazione molto simile, nella piccola cappella di di Santa Maria del Presepe in piazza Castello, nel punto in cui sorse la chiesa del Guarini.

In quella piccola chiesa non poté trovare posto una folla immensa che era accorsa per il rito così, per gli anni a venire, si pensò al Duomo come sede per celebrare la Novena per i nove giorni antecedenti il Natale.

La celebrazione in Duomo era diversa rispetto a quella in latino di alcuni decenni fa e da quella in italiano dei giorni nostri.

Nel 1720, sempre fra quelle mura, venne recitata la nuova Novena di Natale che in breve tempo si diffuse nelle parrocchie e praticamente in quasi tutte le chiese.

La più famosa Novena di Torino rimane quella in ricordo sella SS Trinità in via Garibaldi, dove le profezie venivano cantate a turno dai cantori disposti nel coro e da quelli dell’orchestra.

Per le sere successive, fino a Natale, Maria Cristina si affacciò tutte le sere dalla finestre per riuscire a riprendere di nuovo quelle figure incappucciate. Scese anche per strada ma nulla, gli spettri dei monaci che andavano alla Novena nel Duomo di Torino, avevano deciso di non farsi più vedere.

La ragazza non volle inserire quel video nel suo progetto per la tesi di laurea.

“Stai tranquilla bambina mia – le disse la nonna – vedrai che i fantasmi dei monaci prima o poi si faranno vedere di nuovo ma dovrai aspettare il prossimo Natale”.


5 – Il regalo di Natale

L’ingegner Codegoni non credeva al Natale, tutte fandonie, una perdita di tempo. Razionale, ateo, positivista, la sua fede erano le formule matematiche grazie alle quali poteva permettersi uno studio in centro città con quindici dipendenti che lavoravano per lui.

Gli affari gli andavano parecchio bene, lavorava almeno dodici ore al giorno e faceva pochissime vacanze. Il sabato e la domenica non esistevano. Non aveva moglie e figli, non voleva sacrificare il proprio lavoro per la famiglia.

Quell’anno, la sera della Vigilia di Natale, era ancora in studio a lavorare. L’azienda estera che gli aveva commissionato il pezzo del motore a turbina di una macchina per ottimizzare la produzione di metalli profilati, non contemplava il Natale tra le feste. La scadenza per la consegna del progetto sarebbe stata proprio il 25, giorno di Natale.

Bastava mandare una mail con la prima parte del progetto. L’azienda avrebbe aperto il file, verificato e fatto un bonifico. Una volta spedito all’ingegnere copia bancaria dell’ordine del bonifico a suo favore, il professionista avrebbe inviato la seconda parte del progetto.

Si trattava di un bel po’ di soldi, un lavoro durato tre mesi, altro che il Natale.

Peccato che un calcolo non tornasse. Qualcosa non funzionava, mancava una formula.

“Poco male – pensò l’ingegnere – ho tutta la notte ed eventualmente anche il giorno di Natale. La consegna è prevista per le 17 in punto del 25. Gli altri che facciano pure il pranzo, il mio Natale è qui”.

Sua sorella lo aveva invitato a casa sua per trascorrere il Natale assieme al marito e ai tre figli.

Codegoni aveva gentilmente preso tempo per non dire subito di no.

“Ho una consegna urgente per l’estero – disse alla sorella – se ce la faccio vengo ma non aspettatemi”.

L’ingegnere pensò con affetto alla sorella. Da quando erano morti i genitori ormai anziani, quella donna era l’unica parente e amica rimasta.

Lui e sua sorella erano agli antipodi. Codegoni ingegnere meccanico, aveva bruciato le tappe laureandosi col massimo dei voti e la lode per poi andare a studiare negli Stati Uniti e a Londra. Dopo una specializzazione con un master, l’ingegnere aveva lavorato come dipendente in un grande studio e poi si era messo in proprio con successo. La sorella aveva studiato lettere e filosofia, insegnava in un liceo cittadino e da sempre coltivava il sogno di diventare una scrittrice ma con scarsi risultati.

Anche ai tre nipoti Codegoni voleva bene. Ad uno in particolare che studiava al terzo anno di ingegneria e sembrava promettere bene, lo zio era molto affezionato. Per Natale, a tutti e tre i ragazzi, aveva regalato tre Mac Book Pro ultimo modello. Glieli aveva fatti recapitare a casa, tanto al pranzo di Natale non ci sarebbe andato.

“Lo studio e il lavoro vengono prima di tutto” gli ripeteva sempre il padre.

Già, suo padre.

Ingegnere, matematico e fisico, il padre di Codegoni, alto funzionario del ministero e docente universitario, gli aveva inculcato fin da piccolo il culto del lavoro.

Ricordava un Natale, uno dei pochi che suo padre aveva trascorso in famiglia, quando il genitore gli aveva regalato un meccano. Uno di quei giochi in metallo con le viti e i bulloni da montare. Ne era rimasto affascinato.

Peccato che negli anni, dopo vari traslochi, il meccano si era perso nei meandri di qualche cantina e non lo aveva mai più ritrovato.

“Un giorno – gli aveva detto il padre ridendo – vedrai che ti servirà”. E poi gli aveva scritto in fondo alla scatola la data del Natale del regalo.

Codegoni era ancora davanti al computer. La simulazione matematica che aveva messo a punto con i suoi collaboratori lavorando per tre mesi non funzionava. Appena il programma si avviava, dopo pochi secondi, il sistema andava in blocco.

Fino a qualche giorno prima sembrava tutto a posto. Le simulazioni parziali andavano bene ma ora, messe assieme, non funzionavano.

L’ingegnere cominciava a innervosirsi.

“Maledizione – pensò – è quasi mezzanotte e non posso nemmeno chiamare i miei dipendenti. E domani è Natale. Stupido Natale”.

Improvvisamente sentì un gran rumore come di vetri infranti, seguito da una folata di aria gelida.

Corse all’ingresso dello studio dove c’era la grande finestra che guardava dal settimo piano sulla città, convinto che qualcuno l’avesse lasciata aperta e il vento l’avesse fatta sbattere mandandola in frantumi.

“Qualche imbecille – esclamò – non l’ha chiusa bene e guarda che casino. Hanno voluto fare l’albero di Natale e poi non sono capaci a chiudere una finestra”.

Quando arrivò all’ingresso l’ingegnere rimase basito: la finestra era perfettamente chiusa. Controllò sul display dell’allarme dello studio ma porte e finestre erano tutte sotto controllo.

Poi qualcosa attirò la sua attenzione proprio sotto l’albero di Natale che i suoi dipendenti avevano voluto allestire sorbendosi le proteste del capo.

Rimase stupefatto, quasi impaurito.

Da uomo razionale non riusciva a capire.

Sotto all’albero di Natale c’era un pacco.

Chi lo aveva messo? Prima non c’era.

Si avvicinò vagliando tutte le possibili soluzioni logiche dell’enigma.

Si abbassò e scartò quel parallelepipedo confezionato con carta dai motivi natalizi, come si usavano quand’era bambino.

Poi gli venne un colpo: si trattava del meccano che suo padre gli aveva regalato da bambino.

Gli scesero le lacrime. Affondò le mani tra i pezzi in metallo con i buchi, prese tra le dita i bulloni e le viti. C’erano anche le chiavi per avvitare i bulloni.

“Ma sarà davvero il mio meccano? Ma com’è possibile?”

C’era solo un modo per esserne sicuro. L’ingegnere svuotò la scatola e, sul fondo di cartone, riconobbe i numeri della data scritti da suo padre in quell’ormai lontano Natale.

Gli girava la testa, sudava. Poi ebbe un’intuizione.

Corse davanti al computer e sostituì, sul programma di simulazione del suo progetto, una sequenza di numeri con quelli della data scritta sulla scatola.

La simulazione partì e funzionò.

L’ingegner Codegoni prese il suo cellulare e mandò un messaggio alla sorella:

“Domani aspettatemi per pranzo, non vedo l’ora di trascorrere il Natale con voi”.


6 – Il binario che non esiste

Barbara era arrivata alla stazione di Torino Porta Nuova dieci minuti prima della partenza del treno che l’avrebbe portata fino alla cittadina dove abitava con la famiglia.

Erano le 23:40 e il negozio dove lavorava, nel centro di Torino, aveva tenuto aperto fino a tardi per permettere ai soliti ritardatari di fare gli ultimi acquista prima di Natale.

Era la Vigilia e la stazione era praticamente deserta.

La donna diede un’occhiata al tabellone delle partenze. Quella sera il suo treno sarebbe partito dal binario 24 anziché dal 19.

Poco male, si sarebbe seduta e nel giro di quarta minuti al massimo, sarebbe stata a casa pronta per farsi una doccia e infilarsi nel letto in attesa del Natale.

Aveva già preparato sotto l’albero in salotto i regali per i suoi cari.

Decise di fumare l’ultima sigaretta vicino alla carrozza, in centro treno, che di solito sceglieva per sedersi.

Quella sera, anche quel Regionale Veloce, non gli sembrava lo stesso di tutti i giorni, aveva un aspetto più vecchio, vintage.

Mentre aspirava le ultime boccate di fumo, Barbara guardò il binario in direzione dell’ingresso principale della stazione.

Vide una sagoma che si muoveva verso di lei. Una figura indistinta, grossa, impacciata che sembrava trascinare qualcosa.

Quando fu più vicino la donna riuscì a mettere a fuoco: si trattava di una signora, avrà avuto sui settantanni passati, capelli grigi con lunghe ciocche bianche raccolte alla meno peggio in una coda di cavallo, portava occhiali dalla montatura pesante, era vestita con una lunga gonna marrone, vari maglioni indossati a strati con sopra un piumino consunto giallo sbiadito. Ai piedi calzava lunghi stivali morbidi in pelle molto consumati.

La signora guardava Barbara e le gesticolava facendo segno con la mano di aspettare.

Quando furono a pochi centimetri di distanza Barbara si accorse che, nonostante l’aspetto trasandato, quella signora emanava un buon profumo di fresco e di pulito come se si fosse appena lavata.

“Scusi signorina, lei che è così bella, giovane e gentile, mi può aiutare a caricare sul treno questo scatolone?”.

“Sì certo signora” rispose Barbara.

“Grazie, sa qui dentro c’è tutta la mia casa”.

Effettivamente quell’enorme scatolone di cartone, che la signora si trascinava dietro, pesava quanto una casa.

Barbara lo prese da un lato, la signora dall’altro e assieme lo trascinarono fin sulla carrozza adagiandolo nel primo spazio a disposizione.

Di un controllore ferroviario nemmeno l’ombra, di altri passeggeri neppure.

“Le dispiace se mi siedo vicino a lei? Sa di questi tempi meglio viaggiare assieme soprattutto se si è donne e sole. Anche se oggi è la Vigilia e dovremmo essere tutti più buoni meglio stare sempre all’erta” disse la signora a Barbara.

“Certo signora si accomodi pure vicino a me”.

Erano sedute da pochi secondi quando il treno, senza nessun annuncio, partì.

La signora estrasse dallo scatolone una coperta a quadretti, se la mise sulle ginocchia, tirò fuori un termos con due tazze dove versò del the caldo.

“Tenga gentile signorina, accetti una tazza del mio the, vedrà che la riscalderà”.

Barbara fu un attimo titubante. La signora sembrava pulita ma bere del the da una tazza tirata fuori da uno scatolone, servito da una sconosciuta dall’aria bizzarra, le sembrò un po’ troppo.

Nonostante tutto era Natale e Barbara non voleva offendere quella signora quindi, anche se titubante, accettò.

Il the era caldo, profumato, ben zuccherato e le fece piacere.

“Grazie signora, ho molto gradito il suo the, lei dove scende?” disse Barbara per gentilezza e per fare un po’ di conversazione.

“Io scendo a Milano, poi risalgo e torno a Torino, poi di nuovo Milano e poi  a Torino. Fino a domani mattina che è Natale. Poi io e la mia casa decideremo dove andare”.

Barbara era imbarazzata.

“Non si preoccupi signorina, non mi guardi così. Sa, io una volta avevo una bella casa, uno splendido marito e una bambina che le assomigliava. Poi se ne sono andati e io piuttosto che stare in quell’appartamento ho raccolto le mie cose e giro per le strade con la mia abitazione ambulante. Mi fermo dove voglio. D’inverno dormo sui treni perché sono più caldi e sicuri e non sento i passi di quelle persone orribili che si sono portate via mio marito e mia figlia che di notte vogliono portare via anche me”.

Barbara non sapeva più cosa dire.

“Guardi signorina, sono contenta che il mio the le sia piaciuto. Sa queste due tazze sono l’unico vero tesoro che mi è rimasto. Adesso però, se non le dispiace, vorrei dormire un po”.

Barbara si sentì sollevata.

La signora si avvolse la coperta addosso e sprofondò in un sonno profondo.

Anche Barbara, cullata dal movimento del treno e intorpidita dal caldo del riscaldamento della carrozza stranamente funzionante si mise a sonnecchiare.

Quando il treno si fermò alla seconda stazione dopo Torino Porta Susa, Barbara si svegliò di colpo.

La signora che prima si era addormentata avvolta nella sua coperta non c’era più. E nemmeno lo scatolone, la sua casa.

“Sarà scesa – pensò la donna – però mi aveva detto che sarebbe arrivata fino a Milano. Che stupida, è Natale, quella signora lo passerà da sola e potevo invitarla a casa mia per il pranzo”.

Barbara si alzò in piedi e percorse praticamente tutte le carrozze per cercare quella signora. Non la trovò.

Stava arrivando alla sua stazione di destinazione quando Barbara decise di tornare in fretta al suo posto dove aveva lasciato il cappotto. Durante la sua corsa tra le carrozze, aveva notato che sul quel treno era praticamente da sola.

Quando raggiunse lo scompartimento, dove aveva lasciato il cappotto, Barbara si accorse che la signora aveva dimenticato una delle sue tazze da the sul sedile.

“Accidenti, ci teneva così tanto”.

Scesa dal treno Barbara prese con se quella tazza con l’intenzione, nei giorni successivi, di trovare quella signora per restituirgliela. Sicuramente l’avrebbe incontrata di nuovo in stazione.

Barbara trascorse un felice e sereno Natale a casa con la famiglia ma quella donna era sempre nei suoi pensieri.

Il giorno 27 tornò in stazione a Torino Porta Nuova con l’intenzione di ritrovare la signora e riconsegnarle la tazza da the, assieme a un piccolo regalo che aveva deciso di farle.

Era un po’ come cercare un ago in un pagliaio. Decise quindi di rivolgersi al presidio di Polizia Ferroviaria della Stazione.

Qui Barbara fu accolta da un ispettore al quale spiegò quella sua strana richiesta.

“Signora – disse l’ispettore – vedremo come poterla aiutare. Sinceramente sono qui in servizio da cinque anni, con il lavoro che faccio conosco tutti i clochard che si aggirano in stazione, ma non mi sembra di aver mai visto la persona che lei mi ha descritto. A proposito, ma lei quella sera da che binario è partita?”

“Dal binario 24”

“Ma ne è proprio sicura?”

“Certo ispettore, me lo ricordo bene, ma perché questa domanda?”

“Signora, il binario 24, almeno in questa stazione, non esiste”.


7 – A Natale non nevica più

Erano anni che in città non scendeva più la neve per Natale.

Era l’anti vigilia di Natale ma di fiocchi nevosi neanche l’ombra anzi, un sole fastidioso per il periodo, splendeva in cielo facendo sembrare fuori luogo anche le luminarie natalizie sparse in città.

Eppure tutte le illustrazioni di Natale rappresentavano paesaggi colmi di neve, di finestre accese con i camini. Un’atmosfera unica, legata alla stagionalità.

Il sindaco di quella città ricordava che quando era bambino nevicava eccome. Aveva ancora ben stampata nella memoria l’immagine della sua città con parecchi centimetri di neve. Tutto era bianco, ovattato. A casa della nonna si accendeva la stufa con la legna tenuta da parte per tutto l’anno per prepararsi al freddo delle nevicate. Le scuole chiudevano, i bambini uscivano a giocare con lo slittino e a battaglia di palle di neve. Insomma, era Natale e per quel giorno c’era sempre la neve.

Perché non nevicava più?

Il clima è cambiato, dicevano gli esperti, c’è il surriscaldamento globale. Non ci sono più le stagioni come una volta.

Il sindaco decise di chiedere l’aiuto di una esperta.

Il pomeriggio dell’antivigilia di Natale si presentò con due suoi fidati collaboratori a casa della Maria, un’anziana signora che si vociferava avesse poteri particolari e una saggezza antica e popolare che solo certe persone possiedono.

La signora sembrò non capire bene chi fossero quegli uomini che annunciarono la loro visita tramite l’assistente sociale che da qualche anno si occupava dell’anziana visto che non aveva figli e nipoti.

“Buongiorno signora, sono il sindaco e sono venuto a trovarla accompagnato da questi signori per chiederle una cosa”.

Maria era molto conosciuta in città perché quando le donne non riuscivano ad avere figli si rivolgevano a lei. Si vociferava che sapesse leggere il futuro, guardare nel passato, trovare un rimedio per qualsiasi male del corpo e dell’anima.

“Signor sindaco – disse la donna – quale onore. Prego, si accomodi nella mia umile casa ma, non si offenda, quei suoi amici non li posso ricevere, sa, la mia casa è piccola”.

Il sindaco, il quale era stato preventivamente avvisato di non contraddire mai la vecchina, fece un cenno ai collaboratori indicandogli di uscire. I due obbedirono.

L’appartamento dove abitava Maria era piccolo, solo due stanze più un bagno, ma ben curato, ordinato e pulito.

“Prego signor sindaco, le uniche poltrone che ho sono le sedie della cucina quindi si accomodi pure su quella sedia”.

L’uomo prese posto.

“Signora Maria, sono qui da lei per un motivo ben preciso. Vede, in questa città sono ormai più di vent’anni che a Natale non nevica più e questo non rende giustizia al periodo e rovina tutta l’atmosfera. Io le volevo chiedere due cose: perché non nevica più? Cosa possiamo fare per far nevicare?”.

La signora rifletté per qualche minuto e poi sorrise.

“Signor sindaco, la neve, a Natale, non scende mai per caso e se non nevica un motivo sicuramente ci sarà. Vede, la neve ce la dobbiamo meritare e se lo spirito del Natale non vuole, niente neve. Perché permettete di mettere gli alberi di Natale ai supermercati già da novembre? Perché le persone non vanno più alla novena? Perché i bambini anziché scrivere le letterine a Babbo Natale ordinano i regali con quella cosa, come si chiama, internet? Perché le persone invece di trascorrere tempo assieme corrono per comprare regali inutili da scambiare senza sentimento in pochi minuti? Dove è finito lo spirito del Natale?”

Il sindaco ascoltava con attenzione.

“Ma allora signora Maria, cosa dobbiamo fare?”.

“L’ho detto, cercate lo spirito del Natale”

“E dove si trova?”

“Nelle persone”.

“Sa signora, io sono un amministratore e devo essere concreto. Insomma, cosa dovrei fare per far nevicare?

“Organizzi un incontro con la popolazione. Faccia incontrare i cittadini in piazza e tutti assieme chiedete allo spirito del Natale di far nevicare”.

Il sindaco salutò la vecchia signora ancora più perplesso ma decise di darle ascolto.

Convocò una riunione d’urgenza con i suoi assessori, consiglieri e collaboratori e assieme decisero di fare una conferenza stampa urgente per invitare tutta la popolazione a riunirsi, la sera della Vigilia, in piazza per chiedere la neve.

La notizia, tramite internet, fu divulgata rapidamente e non mancarono le solite prese in giro e polemiche.

Alle 20:30 in punto della Vigilia di Natale il sindaco e il suo staff erano in piazza.

“Che figura – pensò il primo cittadino – non verrà nessuno”.

Alle 20:35 in piazza, con grande stupore del sindaco, si radunarono le prime persone e verso le 20:45 la piazza era gremita di gente. C’erano uomini, donne, bambini, anziani e c’era anche Maria.

Quando il sindaco la vide le andò subito incontro.

“Ha visto signora? E’ venuta tanta gente e altra continua ad arrivare, però non nevica e adesso cosa devo fare?”.

Nel frattempo arrivavano altre persone e alcuni si erano anche portati dietro slittini e sciarpe, berretti, cappelli, carote per fare i pupazzi di neve.

Di fiocchi neanche l’ombra.

“Lasci fare allo spirito del Natale”

La gente iniziava a parlare, socializzare, alcuni mangiavano il panettone e stappavano bottiglie di spumante, altri cantavano e alcuni accesero anche un falò.

I vigili urbani accorsero subito per fare spegnere il fuoco.

“Lasciateli fare!” ordinò il sindaco.

Verso le 21:30 le stelle che brillavano in cielo sparirono coperte da improvvisi nuvoloni.

Le persone continuavano a stare assieme e alcuni nonni si misero a raccontare fiabe ai più piccoli accanto al fuoco.

A mezzanotte in punto la signora Maria alzò lo sguardo verso il cielo. Tutti guardarono in aria. Il sindaco aveva le lacrime. Scesero i primi fiocchi che si fecero sempre più consistenti e decisi.

Era Natale e in città, dopo più di vent’anni, nevicava in abbondanza e la gente si ritrovava in piazza.


8 – Babbo Natale contro Amazon

1985, due settimane prima di Natale. Un bambino strappa un foglio dal quaderno a quadretti di scuola, prende una penna dall’astuccio, si siede sul tavolo della cucina, la sera, al calore della stufa a legna e si mette a scrivere.

Quel bambino sta scrivendo la sua letterina a Babbo Natale, riga dopo riga, fa un elenco dei doni che gli piacerebbe trovare la mattina di Natale sotto l’albero spiegando il perché lui si merita quei regali.

Non gli importa capire come un uomo, aiutato solo dalle sue renne, in una notte può consegnare tutti quei regali. Il bambino sa solo che la sua letterina arriverà a Babbo Natale e, come tutti i Natali, troverà i pacchi sotto l’albero.

Il bimbo termina la sua letterina, la lascia accanto al presepe. Il mattino dopo quella lettera non ci sarà più perché qualcuno la spedirà ad un indirizzo misterioso in una terra lontana del Nord dove nevica ed è sempre Natale.

2018, due settimane prima di Natale. Un bambino è davanti al computer. Dietro di lui i genitori. Il bambino digita velocemente alcune parole chiave sul motore di ricerca di Amazon, un noto sito per gli acquisti on line. In pochi secondi trova quello che vuole e lo aggiunge al carrello.

“Ok, fatto – dice ai genitori – adesso fate Babbo Natale”.

Papà inizia la procedura di registrazione al sito mentre la mamma va a prendere la carta di credito.

L’ordine è concluso, tra pochi giorni, i regali arriveranno per spedizione e poi li metteranno sotto l’albero.

Oggi Babbo Natale si chiama Amazon, forse.

Il giorno dell’antivigilia di Natale gli articoli ordinati non sono ancora stati consegnati.

Papà, in pausa pranzo, riceve una mail. E’ il servizio clienti di Amazon.

“A causa delle numerose richieste i suoi articoli arriveranno il 29 dicembre. Ci scusiamo per il disagio”.

Il papà si consulta con la mamma, non possono lasciare il bambino senza regali il giorno di Natale. Nel pomeriggio provano a fare un giro per negozi ma quei giochi proprio non si trovano e non è possibile ordinarli.

La Vigilia di Natale è il panico.

Papà per ripicca cancella l’ordine su Amazon.

I genitori non sanno come risolvere la situazione.

“Ti ricordi – dice la mamma al papà – quando eravamo bambini che scrivevamo la lettera a Babbo Natale?”.

“Sì certo che me lo ricordo, funzionava sempre”.

“Ecco, appunto. Anche se è tardi proviamo a scrivere una lettera a Babbo Natale per nostro figlio ,magari i regali arrivano lo stesso”.

“Magari fosse così. Domani mattina ci dobbiamo inventare una buona scusa. Meno male che almeno i nonni hanno preso i regali un mese prima in negozio e nostro figlio non si troverà l’albero vuoto. Comunque proviamo”.

I genitori, la sera della Vigilia scrivono una lettera a mano a Babbo Natale e la mettono sotto l’albero.

“Caro Babbo Natale,

non volevamo mancarti di rispetto ma sai, di questi tempi si fa tutto online e il nostro bambino ha chiesto i suoi regali su Amazon invece di scriverti una lettera.

Ti preghiamo di perdonarci se non ci siamo affidati a te. E’ successo che Amazon, che di certo non può contare sulla tua organizzazione e velocità nel gestire i regali di Natale, non porterà i doni al nostro bambino la mattina di Natale e lui sarà molto deluso.

Lo sappiamo, è colpa nostra, ma volevamo chiederti se puoi fare ugualmente trovare quei giochi al nostro bimbo.

Segue elenco.

Scusaci ancora Babbo Natale, ti vogliamo bene”.

La mattina di Natale mamma e papà sentono ridere e gridare loro figlio. Corrono in sala dove si trovava l’albero di Natale e rimangono a bocca aperta. Si abbracciano: Babbo Natale aveva esaudito i loro desideri e i doni erano arrivati in una sola notte.

La mamma, vicino ad una statuina del presepe accanto all’albero nota una strana lettera, sembra una pergamena. La prende e la legge con il marito:

“Per quest’anno ce l’ho fatta. Il prossimo Natale però scrivete un po’ prima, io ho delle renne, non dei droni volanti.

Il vostro Babbo Natale”.


9 – L’albero sul treno verso Sud

Nino era uno studente universitario in una grande città del Nord.

Quell’anno doveva sostenere l’ultimo esame della sessione il 23 di dicembre, proprio a ridosso del Natale.

La sua famiglia lo aspettava a casa, al sud, per trascorrere il Natale assieme.

27 fu l’esito dell’esame.

“Ci mancava solo che non lo passassi – pensò lo studente – dopo che mi tocca prendere il treno la mattina della Vigilia e arrivare a casa giusto per il pranzo di Natale”.

Era consuetudine di Nino, dopo aver dato un esame con esito positivo, uscire a festeggiare con gli amici. Ma quella sera no, era il 23 e il ragazzo corse nel suo appartamento a preparare le ultime cose per partire.

Il mattino dopo si presentò in stazione con tre ore di anticipo. Pensava di essere uno tra i primi ma il treno, che lo avrebbe riportato a casa al sud nelle prime ore del mattino di Natale, aveva già qualche passeggero in attesa sul binario prima che aprissero le carrozze.

C’era sempre un’atmosfera magica su quel treno. Un Natale che iniziava in anticipo sui vagoni, dove tutti erano allegri, tutti stracolmi di valigie vuote per riportare, al ritorno, pezzi di sud al nord.

Quel giorno, l’unico malinconico era il proprietario del bar della stazione, un siciliano trapiantato ormai da trent’anni al nord.

Nino conosceva quel signore, era stata la prima persona amica dello studente quando era arrivato nella grande città al nord e quando avevano scoperto che i loro paesi distavano pochi chilometri, quel barista era diventato una sorta di fratello maggiore.

In quel bar, Giuseppe, così si chiamava il barista, aveva portato un angolo di sud alla stazione centrale con le paste di mandorla, di nocciola, i cannoli con la ricotta e le cassatine. Per pochi clienti selezionati faceva arrivare anche provole, pecorino e pistacchio.

“Giuseppe – disse lo studente bevendo il suo caffè – sei triste oggi?”

“Certo che sono triste. Io il Natale lo vorrei passare al mio paese al sud ma gli affari sono affari e devo tenere il bar aperto che mia figlia, il prossimo anno si vuole sposare”.

“Dai te lo saluto io il tuo paese, ma tua figlia non si doveva sposare con me?”.

“Prenditi il caffè che è meglio” rispose il barista ridendo.

Nino capiva benissimo lo stato d’animo di Giuseppe. Il Natale al sud era qualcosa di speciale, la terra chiamava, la famiglia e i gli amici d’infanzia aspettavano per fare festa.

“Ma tu l’hai mai preso quel treno? chiese lo studente al barista.

“Certo che l’ho preso, lì sopra ci manca solo l’albero di Natale”.

Nino sorrise, si girò con la tazzina del secondo caffè in mano e lo sguardo gli cadde sull’albero di Natale allestito al bar.

“Hai fatto un bell’albero quest’anno Giuseppe, e quelle palline?”.

“Quelle arrivano dalle mie parti, c’è un artigiano che me la fa. Sono un pezzo di me perché ogni anno che scendevo, ritornavo poi al nord con dieci palline per anno”.

Erano delle palline per addobbare l’albero di Natale speciali. Venivano realizzate in ceramica e decorate tutte a mano con motivi natalizi che richiamavano simboli della Sicilia. Erano uno spettacolo.

“Se me le regali ci addobbo il treno” rise Nino.

“Perchè no? – rispose Giuseppe – Mi hai fatto venire un’idea”

“Sentiamo”

“Allora, ogni persona che stamattina si prende un caffè qui da me e sale su quel treno per andare al sud, può portarsi dietro una pallina per il viaggio a due condizioni. La prima è che quando torna me la restituisce; la seconda è che chi prende una pallina lascia al suo posto un biglietto scritto con un pensiero sul Natale al sud. Quel treno fa tante fermate prima della Sicilia, mi piacerebbe una frase scritta da ogni viaggiatore sulle tradizioni della sua terra dove torna a trascorrere il Natale”.

“Ma stai scherzando?”

Una famiglia di viaggiatori diretti a sud, che si era fermata per far colazione da Giuseppe, sentendo il discorso tra i due fu subito entusiasta della proposta.

La moglie che era maestra in una scuola elementare della città del nord, scrisse subito il suo biglietto e lo appese all’albero. Seguirono le frasi del marito e dei due figli che facevano le scuole medie. Ebbero le loro palline.

In men che non si dica la voce si sparse, entrarono altre persone dirette al sud su quel treno, consumarono il caffè e lasciarono il loro foglio scritto a mano al posto delle palline che ritiravano.

Nino non ci poteva credere.

Giuseppe nemmeno, era commosso.

Il treno partì diretto a sud tutto addobbato con le palline in ceramica dell’albero di natale del bar della stazione centrale.

Fu un piccolo Natale, prima di Natale.

Giuseppe quella sera, mentre il treno correva verso sud, chiuse il bar e rimase ad ammirare il suo albero con tutti quei fogli che contenevano pensieri e ricordi. Li lesse uno a uno.

Quando i viaggiatori rientrarono in città, tutti restituirono la pallina di Natale a Giuseppe il quale offrì a ognuno di loro un caffè.

Nino non restituì mai la pallina. Su indicazioni di Giuseppe la lasciò sull’albero di Natale allestito nella piazza del paese del barista.


10 – Un libro per Natale

Quell’anno Mario aveva deciso di non festeggiare il Natale, almeno non come avrebbe voluto.

Il giovane ricercatore non era riuscito a trovare un aereo che da Londra lo avrebbe riportato in Italia per le feste. Colpa del suo lavoro che lo impegnava molto. Il 23, mentre usciva dal suo ufficio, appena tornato nel suo appartamento si era messo su internet a cercare voli per l’Italia ma i prezzi erano esorbitanti e in quel periodo non poteva permetterselo.

Poco male, Mario avrebbe trascorso il Natale tra una chiamata alla famiglia con Skype e una passeggiata per la City dove regnava una bella atmosfera natalizia , nonostante la paura per gli attacchi terroristici.

La mattina di Natale Mario, dopo aver chiamato la famiglia, decise di uscire per pranzo in un antico pub del centro che conosceva e di godersi una passeggiata nel cuore londinese.

Mentre camminava la sua mente vagava ricordando i giorni di Natale trascorsi da bambino con tutta la famiglia nella grande casa di campagna dei nonni, assaporava con il pensiero le prelibatezze che venivano servite per pranzo e i regali che apriva sotto l’albero assieme alla sorella e ai cugini.

Quel giorno di Natale, dopo un pranzo solitario, passeggiando per Londra, a Mario venne il desiderio di leggere, di comprarsi un buon libro.

Da sempre i libri erano stati la sua passione, più volte lo avevano rincuorato quando si sentiva solo e in molte occasioni, tra le pagine, Mario aveva trovato le risposte ai suoi interrogativi pratici ed esistenziali, soprattutto esistenziali.

L’uomo era arrivato a piedi fino alla stazione di King’s Cross quando, in una via laterale vide la vetrina di un negozio che attirò la sua attenzione.

Si avvicinò. Era una libreria con due grandi vetrate incastonate in una enorme cornice il legno intarsiato. Dai vetri, dove si potevano osservare libri antichi disposti in file a piramide, filtrava una luce morbida e calda. All’interno si intravedevano numerose persone disposte su due file, che attendevano di essere servite davanti al bancone.

Mario era passato in quella strada numerose volte durante le sue passeggiate londinesi ma la saracinesca di quella libreria era sempre chiusa.

Che strano, era il giorno di Natale, stava iniziando a nevicare, quella libreria era aperta e lui stava proprio cercando un libro.

Mario entrò e si mise in fila senza neanche sapere il perché e cosa chiedere.

La libreria sembrava molto antica con i suoi scaffali in quercia laccati; alle pareti erano appese carte di una Londra Vittoriana e c’era un odore come di incenso.

Davanti a Mario una donna attendeva il proprio turno.

“Scusi signora – chiese il ricercatore – ma questa libreria tiene aperto anche a Natale?”

“Questa libreria è aperta solo a Natale” rispose la donna senza sbilanciarsi più di tanto.

“In che senso?”

“Immagino che lei non conosca questo posto – sorrise la signora – Vede tutta questa gente in fila?”

Mario annuì.

“Sono tutte persone che per un motivo o per l’altro a Natale sono sole e allora decidono di trascorrere qui, tra i libri, la loro festa”.

Arrivò il turno di Mario. Si era messo in coda nella seconda fila accanto alla porta e ora si trovava di fronte ad una giovane ragazza con gli occhiali, pettinata con una frangia nera, i capelli raccolti e la carnagione chiara. La ragazza stava dietro ad un enorme bancone in legno col piano in cristallo. Sorrideva, sembrava affabile e cordiale.

Aveva qualcosa di non convenzionale, quasi fosse un’entità eterea. Gli occhi dietro alle lenti erano di un nero intenso ma molto espressivi. Il suo sguardo sembrava penetrare nel pensiero.

“Buon Natale” disse a Mario.

“Buona Natale a lei”

“Come posso esserle utile?”

“Io stavo cercando un libro, ma non so di preciso cosa. Sì insomma, volevo qualcosa da leggere, un romanzo da sfogliare al mio rientro a casa magari davanti a una tazza di the”.

Mario sembrava imbarazzato.

“Stia tranquillo. Troverò qualcosa per la sua lettura. O meglio, vediamo quale libro sarà a cercare lei”.

“Prego?”

“Siamo convinti di scegliere i libri, invece sono loro a scegliere noi. Nella nostra libreria sono secoli che funziona così, ma ciò avviene in tutte le librerie del mondo. Vero papà?”.

Dall’altra parte della libreria, dietro ad un bancone uguale, un signore con i capelli bianchi e lunghi pettinati all’indietro che vestiva una vestaglia scura, annuì sorridendo mentre serviva i clienti dell’altra fila.

“Mi dia la mano” disse la ragazza.

Mario, con malcelato stupore, porse la mano alla donna. I palmi si strinsero e la ragazza tenne per qualche secondo la mano di Mario nella sua e chiuse gli occhi.

L’uomo sentiva il tepore della pelle di quella ragazza e istintivamente chiuse gli occhi.

Dopo una decina di secondi la ragazza ritrasse la mano e scrisse una sigla su un foglio. Due lettere e tre numeri. Porse il pezzo di carta a Mario e glielo fece leggere.

“Questa è la sigla del libro che l’ha chiamata. Se ha la pazienza di aspettare glielo vado a prendere subito”.

La donna si allontanò verso gli scaffali. Con movimenti decisi, aggraziati ed eleganti ritirò un volume dallo scaffale. Tornò dall’uomo.

“Ecco il suo libro. Lo può leggere anche qui. Abbiamo delle sale riservate per chi vuole trascorrere il Natale qui in compagnia solo del proprio libro”.

A Mario sembrava di sognare. Nell’altra fila il padre della ragazza ripeteva gli stessi gesti con gli altri clienti.

“Sì, mi piacerebbe leggere il mio libro qui”.

“Prego si accomodi”

Mario trascorse l’intero pomeriggio di Natale fino a sera inoltrata in una saletta della libreria, seduto su una comoda poltrona, con un camino acceso e un tavolino con una teiera e un vassoio di biscotti al burro, a leggere il suo libro.

Anche se non ci è dato sapere cosa lesse, fu la lettura più importante e coinvolgente della sua vita.

Terminato il libro Mario decise di uscire. Fuori era completamente buio e la neve stava scendendo fitta. Salutò la libraia e suo padre i quali gli sorrisero mentre stavano ancora servendo parecchie persone che continuavano ad entrare in libreria malgrado fosse tardi.

Durante il tragitto fino al suo appartamento, Mario ripensò a quell’esperienza tenendosi stretto il suo libro come se lo volesse proteggere dal freddo e dalla neve.

“Maledizione – pensò -sono uscito senza pagare”.

Il mattino dopo si presentò davanti a quella libreria per saldare il suo debito ma le serrande erano chiuse.

C’era solo un cartello:

“Riapriamo a Natale”.


11 – Il villaggio

C’era una volta un villaggio dove tutto funzionava alla perfezione. Al suo interno c’era tutto quello di cui gli abitanti avevano bisogno.

Un consiglio di saggi prendeva le decisioni più importanti e ciò che stabilivano era considerato da tutti come legge.

C’era un grande locale, in pietra e legno e durante Il Natale, tutti si riunivano in questa grande casa per mangiare, bere e festeggiare. Tutti, nessuno escluso.

Nel villaggio in inverno nevicava fino a primavera.

Nessuno era senza lavoro, tutti avevano un ruolo preciso e da bambini sapevano già che cosa avrebbero fatto da grandi.

Attorno al villaggio, nel quale le case avevano forme diverse ma erano tutte costruite di pietra e mattoni, c’erano i campi e i pascoli per gli animali. Due grandi fiumi scorrevano uno a lambire il centro abitato e l’altro le terre.

Si moriva di vecchiaia ma non di malattia e non c’era un cimitero perché i corpi dei defunti venivano bruciati dopo una cerimonia che durava tutta la notte e le ceneri venivano disperse nei fiumi.

Tra un campo e l’altro c’erano frutteti, orti, vigneti e uliveti.

Un grande muro circolare delimitava i confini. Nessuno aveva mai oltrepassato quel muro. Se lì nascevi lì morivi perché i saggi così avevano stabilito.

Se qualcuno avesse deciso di andarsene doveva arrivare fino alla zona sud est del villaggio dove, all’interno del muro, c’era un grande portone di legno con un lucchetto.

Chi desiderava uscire dal villaggio doveva rivolgersi a un saggio il quale lo avrebbe accompagnato al portone con la chiave per aprire il lucchetto. Chi se ne andava aveva l’obbligo di non tornare mai più perché non sarebbe stato accolto. Il portone era stato costruito in modo da aprirsi solo dall’interno e ai forestieri o agli abitanti, che decidevano di ritornare, l’accesso era precluso perché nessuno stava di guardia al cancello quindi nessuno li avrebbe sentiti e quindi aperti.

Chi se ne andava doveva lasciare un piccolo lembo della sua pelle in modo che fosse bruciato e disperso nei campi perché, per la comunità, chi partiva era considerato come morto.

Nessuno se ne era mai andato.

Nel villaggio non esisteva il denaro ma si barattavano le cose. Se per qualsiasi motivo qualcuno aveva bisogno di qualcosa e non aveva niente da barattare, poteva scrivere le sue richieste in un libro posto in un luogo riparato nella piazza principale.

In poco tempo avrebbe ottenuto ciò di cui necessitava, qualsiasi cosa si trattasse.

Le case erano quelle da secoli e si tramandavano di famiglia in famiglia.

Tutto era legato ai ritmi della natura. Nessuno si ricordava da quanto esistesse quel villaggio e nessuno lo sapeva, nemmeno i saggi.

Nessuno sapeva dove si trovasse quel villaggio perché per ogni abitante quello era l’unico mondo possibile e non si ponevano problemi geografici se non quello del muro da dove tutto iniziava e finiva.

Quel Natale, nel villaggio, arrivarono tre doni.

Nessuno sapeva da dove erano arrivati e che li avesse portati.

Il consiglio dei saggi decise di aprire i tre pacchi.

Il primo pacco conteneva il passato, il secondo il presente, il terzo il futuro.

Il primo consigliere dei saggi aprì il pacco del passato. Tutti gli abitanti videro finalmente le origini antichissime del loro villaggio e le persone che lo avevano fondato. Riconobbero le case e gli edifici ancora in costruzione, videro che i due fiumi non erano naturali ma erano stati ricavati scavando presso due sorgenti naturali che sgorgavano dal sottosuolo. Tutti osservarono la costruzione del muro di confine e del portone in legno da dove nessuno aveva mai osato uscire.

Il secondo consigliere aprì il pacco del presente e tutto era uguale a quello che avevano visto nel passato.

Il terzo consigliere aprì il pacco del futuro e il muro non c’era più.

Le persone erano sbalordite. Mai avrebbero immaginato il loro villaggio senza quel muro che li proteggeva ma che negava qualsiasi libertà di muoversi e di avere una vita diversa.

Si alzò un mormorio generale, prima debole poi, minuto dopo minuto, sempre più forte.

“Lo spirito del Natale – disse improvvisamente il saggio più anziano del villaggio che fece zittire tutti – dopo duemila anni ha parlato e ha deciso di farci il dono più grande regalandoci, nel terzo pacco, la possibilità di essere veramente liberi. Da questo momento la porta di legno nel muro sarà aperta e chiunque potrà oltrepassarla e ritornare al villaggio se lo vuole e quando vuole. Oggi stesso, giorno di Natale abbatteremo il muro”.

Così fu.

Molti se ne andarono, alcuni tornarono e raccontarono che cosa avevano visto nel mondo fuori dal villaggio. Qualche forestiero riuscì ad arrivare al villaggio e qui si stabilì.

Da quel Natale, ogni Natale, la porta di legno che prima era il varco del muro fu posta nel centro della piazza del villaggio per ricordare l’abbattimento del muro e celebrare la libertà.


12 – Natale in Polaroid

Erano le 19:10 della Vigilia di Natale. Carlo aveva ancora pochi minuti per acquistare il regalo a suo figlio. Tutti gli anni era così, Carlo prometteva a se stesso di acquistare i doni natalizi con almeno due settimane di anticipo e poi ci cascava sempre riducendosi a fare gli acquisti all’ultimo minuto.

Entrò nel negozio di elettronica mentre l’ansia gli saliva. Il commesso lo guardò e il suo sguardo era eloquente, comunicava più di mille parole “Ti riduci a fare i regali adesso? Io avrei solo voglia di andarmene a casa”.

Tuttavia quel commesso fu gentile e professionale.

“Buonasera, cosa desidera?”.

“Vorrei una macchina fotografica”.

“Signore è inutile chiederle se vuole una reflex, una compatta o una mirrorless tanto l’unico modello che mi è rimasto è una Polaroid”.

Carlo fece una smorfia. Aveva immaginato di comprare per il figlio una reflex professionale, vista la smisurata passione del ragazzo per la fotografia, sua ragione di vita, ma sullo scaffale del negozio rimaneva solo quella Polaroid ed era troppo tardi per provare in altri posti.

“Va bene, una Polaroid andrà benissimo”.

L’uomo tornò a casa e depositò il pacco sotto l’albero di Natale.

Il mattino dopo, era Natale, suo figlio aprì quel pacco. Rimase interdetto, né felice, né deluso.

Quella Polaroid non era un aggeggio elettronico ultimo modello ma conservava immutato un certo fascino e soprattutto le foto, invece di essere salvate su formato digitale ed intangibile per sua stessa natura, potevano essere stampate sul momento.

Il ragazzo scattò la prima immagine: una famiglia felice, il giorno di Natale, davanti all’albero, mentre tutti scartavano i doni.

Il figlio di Carlo decise di utilizzare tutta la pellicola da venti pose della Polaroid per documentare il suo giorno di Natale.

La fotocamera sfornava, con un effetto vintage molto piacevole, gli eventi salienti della giornata: l’arrivo dei parenti, il pranzo, il panettone, la tombola post pranzo. Al ragazzo piaceva l’analogico di quella Polaroid e lo affascinava l’alchimia chimica di trasformazione immediata di un’immagine in una stampa. Abituato al digitale, al figlio di Carlo, l’analogico istantaneo sembrava un piccolo miracolo.

Alcuni giorni dopo Natale, le scuole riaprirono i battenti. Il figlio di Carlo, frequentava il liceo artistico e appena dopo le feste, un’importante azienda produttrice di macchine fotografiche indisse un concorso. Il primo ed unico premio consisteva in una borsa di studio per una prestigiosa scuola di fotografia svizzera appannaggio di pochi.

“Ecco – pensò Davide, il figlio di Carlo – se mio padre mi avesse regalato una reflex digitale avrei potuto partecipare. Ma con una Polaroid dove vado?”

Il tema del concorso verteva sulla interpretazione del Natale. Ogni partecipante doveva raccontare fotograficamente, con un’immagine sola, come aveva trascorso quel giorno. Di solito i concorsi si basavano su immagini ancora da scattare ma, per l’occasione, l’azienda giapponese di fotocamere, aveva deciso di premiare lavori che erano già stati fatti.

Parteciparono in molti. Anche Davide decise di gareggiare. Avrebbe presentato una foto della sua Polaroid che ritraeva quello che per lui era l’essenza del Natale: la famiglia seduta attorno alla tavola poco prima di iniziare il pranzo di Natale.

Arrivarono i risultati del concorso e il verdetto fu unanime: aveva vinto il concorso una studentessa la quale aveva ritratto, con una mirrorless digitale, alcune persone che stavano pranzando a Natale in una mensa parrocchiale. A colpire la giuria fu la drammaticità dei soggetti ritratti in bianco e nero mentre, in un giorno di festa, consumavano la pasta in piatti di plastica.

Davide rimase molto deluso. Accidenti a suo padre, se non avesse acquistato il suo regalo di Natale all’ultimo momento, con una fotocamera digitale avrebbe potuto forse vincere quel premio e gettare le basi per realizzare il sogno della sua vita: diventare un fotografo professionista.

Appena tornato a casa il ragazzo, ancora adirato, prese la Polaroid e la scaraventò a terra. La macchina fotografica fece uno strano rumore e da essa uscì un’ultima stampa.

Davide guardò quella foto incredulo.

Era uscita una foto perfetta che non ricordava nemmeno di aver scattato: aveva immortalato lo spirito del Natale.

Il ragazzo prese la foto e anziché scansionarla per mandarla via mail all’azienda di macchine fotografiche che aveva indetto il concorso, la chiuse in una busta e la spedì per posta ordinaria all’azienda stessa.

Non ricevette nessuna risposta fino al periodo di Natale dell’anno successivo.

A Davide arrivò a casa una lettera:

“La sua fotografia, scattata con una Polaroid, esprime esattamente quello che noi consideriamo l’archetipo dello spirito del Natale. Siamo lieti di annunciarle che, fuori concorso, Lei è stato ammesso a spese nostre, alla scuola di fotografia in Svizzera in oggetto.

Complimenti”


13 – Babbo Natale dallo psicologo

Era la Vigilia di Natale. La città era al culmine della sua frenesia. Il Natale non è il 25 dicembre, il Natale è tutto quello che c’è prima.

Un mese fa, in una sede del centro cittadino molto prestigiosa, Franco aveva ricevuto il premio che attendeva da una vita: il miglior psicoanalista dell’anno.

Il medico psichiatra si stava godendo il suo riconoscimento tra un appuntamento e l’altro. Anche in quel giorno lavorava, si sarebbe fermato solo per Natale e Santo Stefano e poi avrebbe ripreso con i suoi pazienti.

Non erano casi gravi. Si trattava di persone che soffrivano perché nella vita non riuscivano a trovare la propria dimensione. Depressi, ansiosi, misantropi. Sembrava proprio che la società moderna avesse accentuato il malessere dell’animo umano.

Franco era un maestro nel farli ritrovare la loro strada. Per questo la sua agenda era piena, da quel giorno fino ai prossimi tre anni. Lo chiamavano le trasmissioni televisive per averlo come ospite, i giornali lo pregavano per averlo come esperto del settore e le emittenti radio se lo contendevano.

Franco, immerso nella penombra del suo studio, stava contemplando il regalo che si era fatto per Natale: un libro antico che raffigurava immagini natalizie dipinte a mano. Lo aveva pagato caro quel libro. Era un volume rarissimo, stampato in sole due copie in una tipografia parigina che da tempo non esisteva più. Non si conosceva l’autore ma negli ambienti dei librari antiquari dicevano che colui che aveva disegnato le illustrazioni, fosse un grande alchimista molto conosciuto e temuto.

La copia che aveva acquistato Franco presentava una caratteristica che lo rendeva unico e quindi estremamente costoso: una immagine dipinta molto particolare. Infatti all’interno di una illustrazione che raffigurava una casa con un grande camino acceso, un gruppo di bambini erano intenti a guardare qualcuno seduto su una sedia a dondolo in legno. Questo qualcuno aveva il corpo di un uomo alto e molto robusto, vestito di rosso e bianco, con il volto deformato in una macchia di colore.

Gli esperti affermavano che non era un errore ma che l’autore aveva voluto raffigurare esattamente così quell’uomo per dare un significato simbolico che mai nessuno era riuscito a decifrare.

Di quel libro esisteva un gemello. Negli ambienti si diceva che la seconda copia avesse invece il volto ben definito di quella figura che sedeva sulla sedia. Il volume gemello era praticamente introvabile e aveva un valore più alto rispetto a quello che possedeva Franco. Chi entrava in possesso dei due libri ne avrebbe scoperto il significato profondo ed esoterico.

Mentre il dottore osservava affascinato l’illustrazione che aveva un qualcosa di magnetico, il telefono sulla scrivania del suo studio squillò.

“Sì Carla – disse lo psicoanalista pensando di anticipare la richiesta della sua segretaria – vai pure, anzi scusami, ti ho tenuto qui fino a tardi anche la Vigilia di Natale”.

“No dottore – rispose la donna – Ehm… C’è un problema. Ho qui una persona che dice che deve assolutamente vederla”

“Carla, digli di tornare la prossima settimana o di telefonare per fissare un appuntamento perché io per oggi ho finito”.

“Dottore, ma è Babbo Natale”

“Fallo entrare”

Lo psicoanalista era molto rigido e intransigente riguardo la scaletta dei suoi appuntamenti ma decise di far passare quella persona che diceva di essere Babbo Natale. Si sarebbe trovato sicuramente di fronte a un pazzo e se non riusciva a convincerlo ad andarsene avrebbe chiamato la Polizia o l’Ospedale a seconda della gravità. Decise di fare entrare l’uomo anche per togliere dall’imbarazzo e da eventuali pericoli la sua segretaria.

“E’ la Vigilia – pensò Franco ridendo – e come potrei mai rifiutare un consulto a Babbo Natale?

La porta si aprì e il dottore rimase stupito. Pensava di trovarsi davanti un uomo bizzarro, vestito a tema, magari un po’ alticcio, trasandato e confuso.

Si trovò invece di fronte a un uomo avanti negli anni ma molto alto e prestante fisicamente con una barba bianca e ben curata. Vestiva in modo elegante e raffinato.

“Prego si accomodi”

Senza dire niente l’uomo si accomodò sul lettino dello psicoanalista.

Franco prese posto sulla sua poltrona e tirò fuori taccuino e penna.

“Mi dica, come mai ha deciso di venire da me?”

“Mi ha riconosciuto?” – chiese il nuovo paziente.

“Veramente no” rispose Franco per stare al gioco cercando di scoprire dove quello strano personaggio voleva andare a parare.

“E’ normale. Sono vestito in borghese ma tra qualche ora, quando indosserò il mio abito da lavoro, sarò di nuovo riconoscibile”

“In che senso scusi?”

“Io sono Babbo Natale”

“E come mai è qui da me?”

“Vede dottore, io ho smarrito la mia identità e non mi sento più Babbo Natale. I bambini non mi scrivono più le lettere perché adesso hanno i computer; nei centri commerciali esistono migliaia di miei cloni che si fanno fotografare con le persone per vendere i loro ricordi; mi disegnano ovunque senza mai chiedere il permesso; alcuni dicono che non si sanno di preciso da dove io venga e altri scrivono che sono un’invenzione commerciale di una nota bevanda. Io non me la sento più, stanotte non voglio consegnare i regali così tutti si accorgeranno che io esisto e avranno più rispetto. Sono stanco. E poi non esistono più i camini dove io scendevo. Adesso devo fare mille peripezie per infilarmi tra porte blindate e vetri antiproiettile. I genitori non fanno più andare a dormire i bambini presto la sera della Vigilia così da potermi far entrare tranquillamente e le persone non mi aspettano più. Nemmeno mi lasciano qualche dolce o qualcosa da bere. Insomma, mi vien voglia di mollare tutto”.

Lo psicoanalista non fece una piega.

Finse di scrivere qualcosa sul suo taccuino e disse

“Lei è stato molto chiaro. Però oggi è la Vigilia di Natale e io devo chiudere lo studio e tornare a casa dalla mia famiglia che mi sta aspettando. Insomma, deve tornare perché per oggi non c’è più tempo”.

“Non si preoccupi – rispose l’uomo – lei con me ha a disposizione tutto il tempo che vuole”.

Lo psicoanalista ascoltò ancora Babbo Natale, gli fece un quadro preciso della sua situazione psicologica e psichiatrica e gli diede alcune indicazioni. Poi gli disse che la seduta era terminata.

“Grazie dottore – si congedò l’uomo – Lei quel premio se lo merita tutto. Adesso ho capito molte cose e sto benissimo. Sono pronto per la notte della Vigilia. Quanto le devo?”

“Per oggi nulla”

“Buon Natale Dottore”

“Buon Natale a lei”

Quando quell’uomo uscì Franco guardò l’orologio. Era convinto di essere in ritardo, invece da quando quello strano paziente che credeva di essere Babbo Natale, era entrato e uscito, erano passati pochi minuti.

Franco andò a casa per la cena della Vigilia in famiglia aspettando il Natale il giorno dopo.

Il mattino di Natale, al risveglio, tutta la famiglia si avvicinò all’albero per aprire i regali.

“Questo è per te” disse la moglie di Franco porgendogli un pacco legato con degli spaghi.

“Chi me lo ha regalato?”

“Io no, anzi, ieri sera non c’era proprio”.

Lo psicoanalista aprì il pacco e sgranò gli occhi con la bocca spalancata. Dentro al misterioso pacco c’era un libro. Il libro gemello.

Franco sfogliò subito le pagine fino ad arrivare all’illustrazione che da tempo cercava. Questa volta l’uomo seduto sulla sedia di legno con attorno i bambini che lo guardavano aveva un volto ben definito: era identico a quello del suo paziente che diceva di essere Babbo Natale.

Nel pacco un biglietto:

“Caro dottore,

Lei è stato molto gentile e mi ha fatto guarire. Senza di lei tanti bambini questa notte sarebbero rimasti senza doni.

So che questo libro lo cercava da tempo. E’ il mio regalo di Natale per lei

Babbo Natale”

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